L'odore dell'erba secca la mattina si leva dai campi e si regge incerto sull’asfissiante soffio del sud.
Il sole si leva forte e sicuro minacciando di ardere anche le ombre.
Colonne di fumo all'orizzonte, e altri fuochi ridotti allo stremo dall'umidità notturna, sopravvivono in flebili banchi che, come le nuvole le cime dei monti, accarezzano in una danza macabra i rovi contorti e sofferenti al suolo.
Le foglie dei fichi, ruvide, e i frutti, come dolci nodi tumorali rigonfi e mielosi, pendono dai rami glabri e grigi e rigidi come corpi in cui non si potrebbe indovinare la vita.
Tappeti di foglie pungenti, di aghi secchi, guardano impotenti le verdi chiome pulsanti di linfa e resina, che cieche innanzi al proprio futuro danzano frusciando nel vento, ignorando i caduti.
La terra si spacca con suoni inudibili, con lamenti che dall'alto del nostro scheletro ignoriamo, e si raggrinza e ritira soffrendo, scoprendo le viscere buie striscianti.
E all'orizzonte il mare crudele:
Acqua, acqua, acqua e non una goccia da bere.

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